Attacco all’Italia e crisi in Medio Oriente

L'Italia tra prudenza e vulnerabilità energetica

La guerra scoppiata il 28 febbraio con gli attacchi di Stati Uniti e Israele su Teheran, che hanno portato alla morte della Guida suprema Ali Khamenei, entra nella terza settimana senza una timeline chiara per la fine delle ostilità. Analisi di esperti filtrano piani dei belligeranti, mentre il conflitto si allarga, colpendo basi alleate nel Golfo e minacciando una crisi economico-energetica globale.

L’attacco alla base italiana di Ali Al Salem

Nella mattinata di domenica 15 marzo, un drone iraniano ha colpito la base di Ali Al Salem in Kuwait, che ospita mezzi militari italiani e americani. Un velivolo della Task Force Air italiana, essenziale per le operazioni, è stato distrutto in un capannone, ma non si registrano feriti grazie alle misure di sicurezza preventive. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, ha confermato che il dispositivo italiano era stato alleggerito nei giorni scorsi e che il personale rimasto continua le attività essenziali, con monitoraggio costante da Roma tramite COVI (Comando Operativo di Vertice Interforze).

La risposta del governo italiano: sicurezza e non belligeranza

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha rassicurato: “I soldati italiani in Kuwait sono al sicuro, non ci facciamo intimorire“. La premier ha chiarito che l’Italia non parteciperà direttamente alle operazioni militari, limitandosi a fornire assetti di difesa aerea ai Paesi del Golfo per tutelare i 30.000 cittadini italiani nella regione e i 2.000 militari già dislocati. Roma mantiene una posizione prudente, senza condanna esplicita dell’offensiva Usa-Israele, di cui non è stata informata preventivamente – come dimostrato dal blocco del ministro della Difesa Guido Crosetto a Dubai all’inizio delle ostilità.

Posizione ambigua e sfide interne per Roma

Questa linea ambigua riflette difficoltà nel definire una politica estera coerente, aggravate dal rischio di instabilità energetica: un aumento dei prezzi del petrolio potrebbe ripercuotersi sugli interessi italiani in Medio Oriente. L’esecutivo fatica ad attenuare gli effetti della crisi, in un contesto dove anche gli altri Paesi europei appaiono impreparati e privi di leve per influenzare l’evoluzione del conflitto, dominato dalle scelte di Usa, Israele e Iran.

Il ritorno degli USA ad una politica nazionalista ottocentesca

Gli Stati Uniti sotto Trump appaiono come una “monarchia anarchica“, con Netanyahu che arruola Washington in una guerra contro l’Iran, potenzialmente estendibile ovunque.

Gli Usa a guida Trump, riversati su di un nazionalismo continentale, pongono fine alla visione imperiale del Pentagono e del vecchio ordine liberale, per far spazio ad un futuro incerto. Dove ogni nazione torna a guardare a se stessa, affrancata dalle vecchie sfere d’influenza, ognuno torna alla ricerca del proprio spazio vitale.

La prevalenza di governi sovranisti e patriottici riflette proprio questo andamento.

Bilancio provvisorio del conflitto e degli effetti globali

Pur con superiorità aerea rapida sui cieli iraniani, gli Usa vedono ridursi il prestigio militare: basi nel Golfo indifendibili, chiusura selettiva dello Stretto di Hormuz che sfida la superiorità marittima anglo-americana. L’Iran, decapitato ma saldo nel controllo statale, continua a bombardare infrastrutture vicine con droni e missili, alimentando una crisi globale.

L’errore tattico dell’Occidente è stato quello di decapitare il clero sciita pensando che questo bastasse ad un cambio di regime, o peggio, che li portasse alla capitolazione definitiva. Il processo di logoramento sarà molto più lungo e probabilmente riguarderà entrambi i fronti.

Incuranti del fatto che negli anni i militari persiani hanno preso progressivamente piede rispetto alla “chiesa sciita”; gli Usa e Israele hanno creduto di spazzare via facilmente un regime così ben radicato nella società.

La Russia beneficia del petrolio caro per ricattare l’Europa, la Cina spera in un pantano USA nell’Indo-Pacifico, mentre i paesi arabi del Golfo riconsiderano alleanze e l’Europa impreparata teme un coinvolgimento diretto (da ricordare la prima vittima francese nel Kurdistan iracheno).

Prospettive incerte per un impero in crisi

Le guerre si giudicano alla fine, ma senza resa iraniana totale, il prolungamento del conflitto amplifica gli effetti secondari: Trump sacrifica l’ordine liberale globale, ma rischia di perdere il controllo sugli eventi che potrebbero scaturirne da esso. Per l’Italia e l’Europa occidentale, la sfida consiste nel navigare in questa transizione verso un mondo frammentato, priorizzando la tutela energetica e la sicurezza senza essere trascinati nel vortice di questo nuovo disordine mondiale.

Luca Fiore
Luca Fiore

Nato a Torino, ma di origini romane. Patriota e umanista da sempre. Giornalista, politologo e Ufficiale Commissario del Corpo Militare di Croce Rossa. Appassionato di tematiche storiche e geopolitiche.

Luca Fiore
Luca Fiore
Nato a Torino, ma di origini romane. Patriota e umanista da sempre. Giornalista, politologo e Ufficiale Commissario del Corpo Militare di Croce Rossa. Appassionato di tematiche storiche e geopolitiche.

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