Riforma Costituzionale “pasticcio” che fa intervenire il Presidente Mattarella

di Gianluca Ruggiero *

L’intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del Plenum del Consiglio superiore della Magistratura, ha destato naturale clamore nel pubblico e negli operatori di settore.

Il suo messaggio è stato forte e chiaro: il valore e il ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio Superiore della Magistratura non sono in discussione.

Perché proprio adesso il Capo dello Stato ha deciso di esprimersi in merito all’importanza del CSM nell’architettura costituzionale? Evidentemente perché il dibattito politico sulla riforma del CSM e sulla riforma della magistratura penale (questo è – in termini brutali – il quesito referendario) ha assunto toni e dimensioni esagerate, trascendendo quello che è un referendum confermativo, scadendo in una bagarre politica dove a venire a galla sono le menti deboli, la disinformazione e la strumentalizzazione da parte di ogni parte politica.

Confronti tra opposti Comitati

I comitati per il SI o per il NO infestano tutte le piattaforme social ed ogni saletta ricreativa di qualsivoglia bocciofila della città. Risultato: confusione, non solo per la scarsa capacità divulgativa, ma anche per la diffusione di ideologie più o meno deliranti.

Riprendiamo le fila del discorso. Il Consiglio superiore della Magistratura è considerato l’organo di autogoverno della magistratura, si occupa cioè della carriera dei magistrati dall’inizio sino al loro pensionamento ed è altresì organo di disciplina per le violazioni delle regole comportamentali da parte di costoro.

I padri costituenti erano perfettamente a conoscenza della forza della magistratura italiana e della sua capacità di contrapporsi pesantemente alla politica, talché anche lo stato fascista si era dovuto dotare di un docile tribunale speciale per la difesa dello Stato, esautorando di fatto i giudici ordinari da taluni, importanti, affari penali. Ora, la Costituzione repubblicana ha cercato di bilanciare questi due poteri (legislativo e giudiziario) attribuendo al primo la possibilità di negare l’autorizzazione a procedere nei confronti dei politici, il c.d. fumus persecutionis (del quale tanto si è abusato durante l’esperienza di Tangentopoli) e garantendo, d’altra parte, ai giudici potere di resistenza contro tentativi di affossare azioni penali esercitate nei confronti della classe politica. Indipendenza, autonomia, obbligatorietà dell’azione penale, soggezione esclusiva alla legge: queste le garanzie (fortissime) per i magistrati.

Col tempo, né il potere politico né l’autogoverno della magistratura hanno dato buona prova di sé e il conflitto perenne tra i due ha fatto sì che i cittadini maturassero diffidenza nei confronti di entrambi; ma di ciò nessuno si è mai preoccupato.

Cosa decide il Referendum

Il 22 e il 23 marzo i cittadini italiani sono chiamati ad esprimersi sull’opportunità o meno di modificare proprio l’organo di governo dei magistrati italiani, attraverso la creazione di due consigli superiori della magistratura: uno per i pubblici ministeri (magistrati requirenti) ed uno per i giudici (magistrati giudicanti): la c.d. separazione o divisione delle carriere. In più si crea una corte di giustizia che dovrebbe giudicare dei procedimenti disciplinari a loro carico.

L’aspetto veramente innovatore della riforma è il “sorteggio”, l’espressione più pura della democraticità, al fine di eliminare o almeno ridurre drasticamente il potere delle correnti politiche consolidatesi finora all’interno del CSM. Ma non sarebbe bastata solo questa riforma ad eliminare grossa parte delle problematiche, piuttosto che creare due consigli superiori ed una corte di giustizia la cui maggioranza dei componenti è sempre composta da magistrati requirenti e da magistrati giudicanti che fanno parte dello stesso ordine giudiziario?

I sostenitori del NO incentrano il loro discorso sul pericolo rappresentato dal controllo politico sui magistrati. Falso. Il CSM è già, per un terzo, composto da politici, detti anche membri laici. Guarda caso è proprio l’organo politico, il Presidente della Repubblica, che presiedendo eccezionalmente il plenum del C.S.M., richiama all’ordine il dibattito. I sostenitori del SI sostengono che con la separazione delle carriere si eviterebbero connubi tra i magistrati del pubblico ministero e i giudici, commistione che sarebbe la causa di taluni (per la verità non pochi), deplorevoli episodi di malagiustizia (carcerazioni di innocenti, intercettazioni abusive, etc.) anche recenti. Ma anche questo argomentare è deviante: la malagiustizia si previene e si sanziona con la responsabilità civile dei magistrati. Chi sbaglia paga, ma questo aspetto, quello veramente importante, non è tenuto in considerazione dalla riforma.

Vi è di più. La formazione professionale del pubblico ministero, improntata alla conduzione delle indagini e a sostenere l’accusa in udienza, sarebbe talmente diversa da quella dei giudici da necessitare una carriera autonoma e un autonomo consiglio superiore di governo e vigilanza. Peccato che la riforma costituzionale preveda che proprio il pubblico ministero possa, dopo quindici anni di carriera, chiedere di essere nominato giudice di Cassazione: un super poliziotto che diventa giudice del diritto, il più alto collegio giudicante d’Italia. Alla fine, tutto e il contrario di tutto, la separazione non c’è se non nei primi quindici anni: la montagna ha partorito il topolino.

* Professor Gianluca Ruggiero Professore Associato di Diritto penale (a tempo pieno) presso il Dipartimento di Giurisprudenza e Scienze politiche, economiche e sociali dell’Università del Piemonte Orientale, dove insegna Diritto penale parte generale e Diritto penale parte speciale.

stampa sera
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