L’ombra del delitto che ha cambiato la storia d’Italia ha accompagnato l’intera esistenza di Gianmatteo (detto Matteo) Matteotti (1921–2000), secondogenito di Giacomo. Matteo non è stato soltanto il custode di una memoria tragica, ma un protagonista di primo piano della politica italiana. La sua figura unisce una radicale revisione storica sul movente dell’assassinio del padre a una netta e lucida scelta di campo ideologica. Padre costituente della Repubblica, egli non tardò a rivendicare con forza la superiorità della socialdemocrazia riformista contro le illusioni del massimalismo filosovietico e radicale, mettendo in guardia gli italiani da chi voleva sostituire una dittatura con un’altra.
Oltre il delitto politico: la pista petrolifera e il coinvolgimento del Re
Nel dibattito storiografico sul delitto Matteotti, un filone interpretativo torna periodicamente a incrinare la lettura consolidata del 10 giugno 1924 come mera ritorsione politica fascista: la cosiddetta pista petrolifera, con al centro la convenzione tra il governo italiano e la compagnia statunitense Sinclair Oil. A riaccendere con forza questa prospettiva fu, nel 1985, Matteo Matteotti, nel memoir “Quei vent’anni. Dal fascismo all’Italia che cambia”. Il suo racconto, intriso di memoria familiare e di documentazione allora nota solo in parte al grande pubblico, ha messo in discussione l’idea di un delitto esclusivamente politico, spostando il focus su interessi affaristici e su responsabilità che, a suo dire, sfioravano i vertici della monarchia sabauda.
Secondo la ricostruzione riproposta da Matteo Matteotti, il movente principale dell’omicidio affondava nelle scoperte del padre su un vasto giro di tangenti connesso alla convenzione tra l’esecutivo italiano e la Sinclair Oil, grande compagnia petrolifera statunitense.
In questa prospettiva, i documenti che il deputato avrebbe avuto in mano non colpivano in prima battuta Mussolini, il quale in quel frangente cercava una tregua politica con le opposizioni, ma toccavano interessi ben più sensibili: quelli della Corona e di ambienti finanziari ad essa collegati.
La dimensione “petrolifera” del caso, dunque, non è un dettaglio collaterale: l’energia, le concessioni e le rendite connesse costituivano una posta di potere cruciale per l’Italia degli anni Venti, in cui si giocava una partita internazionale fra capitali, diplomazie e strategie industriali emergenti.
Il ruolo della Corona secondo Matteo Matteotti
La tesi più dirompente del memoir è che l’ordine di eliminare Giacomo Matteotti sarebbe maturato in ambienti vicini a Vittorio Emanuele III, allo scopo di proteggere segreti finanziari e mazzette che, sempre secondo questa pista, avrebbero coinvolto la Casa Savoia.
La pista petrolifera costringe a leggere il delitto Matteotti come un crimine di sistema, non riducibile al desiderio di vendetta per un discorso parlamentare. La posta in gioco riguardava la struttura economico-istituzionale del Paese: concessioni energetiche, flussi finanziari illeciti, equilibri fra governo, monarchia e capitale internazionale.
La centralità attribuita da Matteo Matteotti alla Corona rovescia la gerarchia delle responsabilità tradizionalmente percepite, suggerendo che il movente primario non fosse politico-ideologico, bensì affaristico-dinastico. Ne deriva un’interpretazione in cui il focus sulla violenza fascista funge da strumento di copertura per interessi monarchici e rent-seeking legati alle risorse energetiche
Conclusione
L’ipotesi avanzata da Matteo Matteotti nel 1985 supera l’idea del delitto come semplice regolamento di conti politico: mette al centro il nodo petrolifero e indica un coinvolgimento della Corona quale mandante indiretto. In questa chiave, il 10 giugno 1924 appare come l’atto di difesa estrema di un sistema di potere collocato all’incrocio tra Stato, dinastia e affari energetici, dove l’eliminazione del deputato socialista servì a seppellire documenti e a sigillare segreti che minacciavano di travolgere l’intera Nazione.



