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“Quo Vadis Rider”, diritti per tutti

Il mercato virtuale è sempre più parte del nostro quotidiano. Basta un click e il ciclofattorino suona alle nostre porte con in mano le nostre pizze, i nostri roll di sushi, i nostri pacchetti di sigarette o farmaci. Il tutto lo vogliamo nel più breve tempo possibile, e se la consegna tarda iniziamo anche ad irritarci, seduti sui nostri comodi divani, magari in una serata di pioggia, mentre il rider pedala la fuori verso casa nostra. Ma dietro alla nostra irritazione, alla nostra smania di volere tutto nell’immediato in un mondo che viaggia sempre più veloce, ci siamo mai fermati a pensare cosa c’è dietro al lavoro dei ciclofattorini? Oppure siamo cristallizzati dall’idea che è “un lavoretto per giovani, per studenti che tirano su qualche spicciolo durante gli studi” e che va bene così, che pedalino pure?

Se non ce lo siamo mai chiesti o se qualche volta ce lo siamo domandati, ma non ci siamo presi la briga di darci risposte, potremmo – o dovremmo – leggere il libro “Quo Vadis Rider. La lotta umana e sindacale dei ciclofattorini”.
Il libro, edito da Futura, vuole essere un contributo di approfondimento dalla cronaca giudiziaria all’impatto che le iniziative sindacali hanno avuto sulla comprensione della Gig economy, senza tralasciare aspetti fondamentali come quelli sociologici, culturali ed umani.

“Il lavoro dei ciclofattorini è l’emblema del lavoro di oggi”, spiega Elena Petrosino, Segretaria Cgil durante la presentazione del libro, svoltasi a Torino nel pomeriggio di ieri. “L’organizzazione sindacale nel suo complesso ha sfidato e superato la dicotomia tra subordinazione ed autonomia”. “Il diritto del lavoro è attraversato anche dalla necessità di avere un approccio sempre più transnazionale”, sottolinea Petrosino. Infatti, la spinta legislativa e giudiziale europea ha definito worker qualunque lavoratore che fornisce per un certo periodo, a favore di un altro soggetto e sotto la sua direzione, qualunque prestazione di lavoro.

La lotta giuridica

In Italia, la mobilitazione dei lavoratori delle piattaforme nasce a Torino con lo sciopero del 9 ottobre 2016, quando i ciclofattorini scesero in Piazza Vittorio Veneto dando così inizio alla lotta dei rider. La protesta spontanea dei rider torinesi mobilitò anche i sindacati, che fino a quel momento avevano trovato difficoltà nell’intercettare i ciclofattorini. Partono così le vicende giuridiche che attraversano le aule dei tribunali di tutta Italia. Da Torino a Firenze, da Bologna a Palermo.

“Le cause sono state tutte intraprese per rappresentare e cercare i fondamenti dei diritti dei lavoratori e per farli riconosce ai singoli – spiega Silvia Ingegneri, avvocato Cgil – La sentenza di Palermo 2020 è quella che più ci ha gratificato, in quanto riconosce il rapporto di lavoro subordinato. Il contenzioso era volto soprattutto alla ricerca dei diritti e delle tutele, anche passando attraverso il famigerato ed efficace articolo 2”. Un’altra sentenza importante è quella della Cassazione di Torino dove si afferma che quando il rapporto di lavoro rientra nell’articolo 2 le tutele riconosciute sono analoghe a quelle dei lavoratori subordinati. “Nelle cause dei singoli lavoratori occorre confrontarsi con quella che è la difesa della controparte – evidenzia Ingegneri – Dietro cosa si cela il loro punto di vista?”.

Il fattore ranking

Le società di Food Delivery sostengono di non occuparsi di trasporto, ma bensì di offrire un servizio che mette in comunicazione le esigenze del marcato e degli utenti, portando avanti il concetto del lavoro autonomo dei rider. Per loro, i ciclofattorini scelgono se vogliono lavorare, con quale mezzo proprio voglio lavorare e decidono anche il tempo del loro lavoro. Ma allora il fattore ranking reputazionale? L’attribuzione del punteggio influenza la possibilità di lavorare di più o di meno. “Questa questione è stata brillantemente risolta da una sentenza milanese, in cui il giudice fa un’osservazione ottima: si propensi a dubitare dell’effettiva libertà del rider”, spiega Ingegneri. “Proponiamo di contare le ore di lavoro nel momento in cui uno si collega sulla piattaforma –  conclude l’avvocato – Se ci poniamo il problema che questa gestione è manovrata da terzi, cioè dall’algoritmo, penso che si possa riconoscere la subordinazione del lavoro. L’azienda di fatto gestisce con un algoritmo il lavoro del rider”.

Rider Just Eat

La parola ai rider

“Quando ho capito che cos’era l’algoritmo ho cercato di combatterlo, perché non mi sembrava più di essere un uomo”, dice Enrico Francia, rider “L’algoritmo non conosce il contesto in cui i ryder lavorano: strade poco sicure, condizioni atmosferiche non sempre ottimali, ma ti dice solo di correre, di pedalare”. “Ci sono vari modi di combattere l’algoritmo – prosegue Enrico – io ho seguito il percorso della Cgil perché penso sia quello che possa aiutare anche i lavoratori extracomunitari, che hanno più difficoltà rispetto a noi italiani. Con la guida di Cgil vengono accompagnati con una serie di servizi utili”. Nella città di Torino, per esempio, la composizione sociale di questo lavoro guarda ad una marginalità del lavoro migrante. L’attività di rider non garantisce la redditività e non permette dunque di rinnovare la carta di soggiorno.

Ad oggi, l’unica società di Food Delivery che riconosce il rider come lavoratore subordinato è Just Eat. Tuttavia “ci sono varie difficoltà con il contratto – sottolinea Enrico – Ora abbiamo la malattia, l’infortunio, le ferie ma l’azienda usa ancora la formula della ricattabilità minacciando di togliere la subordinazione se ci si lamenta troppo. Per risolvere questo problema bisogna coinvolgere le altre applicazioni a seguire la scelta di Just Eat”.

“Statisticamente gli studenti sono la minoranza – spiega Francesco, rider e studente universitario – Molti sono extracomunitari e persone che sono uscite fuori dal mercato del lavoro. Un mio collega di 60 anni con questo lavoro ci vuole andare in pensione”. “L’azienda non è tenuta a mantenere questo contratto ma nel momento in cui l’organizzazione fa richieste per i lavoratori, si inizia a dire che in alcune parti del mondo si è già tornati alla collaborazione”. “Chiediamo i paletti normativi – conclude Francesco – perché non si può lasciare alla singola azienda la possibilità di contrattare. Questa non è una lotta solo dei ryder, ma di tutti quei lavoratori che non hanno un adeguato contratto di lavoro”.

Leggendo il libro, è possibile capire con quali strade possiamo perseguire una migliore condizione per tutti. Un importante spunto di riflessione per comprendere cosa sia il lavoro sfruttato, il lavoro migrante, il salario minimo e, più in generale, cosa sta diventando il mercato del lavoro.

Jessica Scano
Jessica Scano
Classe 1993, laureata in Scienze della comunicazione all'Università degli studi di Torino, giornalista pubblicista. La passione per il giornalismo la spinge a frequentare la Scuola di giornalismo e relazioni pubbliche Carlo Chiavazza di Torino. Ha svolto attività di ufficio stampa ed ha collaborato con diverse realtà del territorio, dalla carta stampata alla radio.

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